expat life

Come vivere all’estero ti cambia

Si sa, vivere all’estero porta cambiamenti, che lo si voglia o meno. Ci sono cose che non puoi portarti da casa e alla cui mancanza bisogna abituarsi. Così come bisogna abituarsi a nuovi ritmi e usanze. Vi si può reagire in modi differenti: c’è chi fa resistenza e chi si abbandona alla corrente. A volte penso a quando sarà il momento di tornare in Italia, se saprò riabituarmi e sopravvivere allo shock culturale “al contrario”. Qualche tempo fa mi sono resa conto di non essere pronta a lasciare la Cina, cosa che in fondo, già sapevo da un po’.

Una cosa che non mi era successa in India. Ma l’India non è quel luogo idilliaco che vi hanno fatto credere in Mangia, Prega, Ama. Gli indiani vi diranno sempre di sì anche quando non hanno capito, una donna sola che voglia, non dico viaggiare, ma anche solo fare una passeggiata sarà guardata come un mostro a due teste; un qualsiasi essere vivente conterà sempre meno di una vacca; le regole sociali sono quasi sempre incomprensibili e il concetto di tempo è del tutto diverso dal nostro: se vi danno un appuntamento potreste aspettare in eterno. Tutto ciò fa dell’India un posto dove la sopravvivenza è più che una sfida quotidiana, è una logorante guerra psicologica a chi perde il senno per ultimo. Con la Cina è stata un’altra storia. La gente è curiosa verso gli stranieri, ma non per questo ti pedina per ore facendoti il terzo grado. Qui ti parlano anche se la tua capacità di esprimerti nella loro lingua è peggio di quella di Luca Giurato e capita che ti facciano pure i complimenti.


Stare al passo.

In Cina tutto si muove rapidamente: non è un paese per chi fatica ad accettare le novità o non accetta di correre rischi. Il primo cambiamento è stato ritrovarsi a fare cose che mai avrei immaginato. Tipo tornare a mangiare di tutto dopo anni da vegetariana, o camminare sull’orlo di un burrone appesa a un paio di cavi di sicurezza poco rassicuranti. Essere intraprendenti in Cina è tutto e conta molto più che fermarsi a riflettere. Questo paese ti spinge a fare anche se non sei pronto: l’importante è cominciare, il resto viene dopo.

 

Mai dare nulla per scontato

In Cina gli stranieri sono ancora pochi, ciò ci rende personaggi piuttosto curiosi per la popolazione locale. Normalmente, nessuno parla inglese, non è detto che ovunque si vada si trovino indicazioni comprensibili, né che quel ristorante tipico indicato da Google maps esista ancora e non sia stato piuttosto sostituito da un sobrio centro commerciale di 10 piani. Ci vuole pazienza. I tassisti non vi capiscono. Spesso non vi porteranno dove volete voi. C’est la vie.

 

Rivalutare il proprio Paese d’origine

Non mi ritengo una di quelle che odiano l’Italia e ne parlano male anche se magari vivono a due ore d’aereo dalla lasagna di mamma né provo quel complesso d’inferiorità che spesso noi italiani ci portiamo dietro chissà perché, forse perché in Cina il nostro paese è famoso per le cose belle, forse perché il significato di Italia in cinese (Yìdàlì 意大利) ha un risvolto positivo, una cosa simile ad “Sperare in/ aspettarsi grandi profitti”. Allo stesso tempo non posso fare a meno di fare paragoni, di pensare che l’indipendenza, le opportunità, la fiducia che i giovani ricevono in Cina nel nostro paese tardano ad arrivare e in qualche caso non vengono mai nemmeno riconosciute. Sono convinta, come i cinesi, che l’Italia sia quel posto bellissimo, ricco di storia, luoghi affascinanti marchi di successo e prodotti di qualità, ma che poco o nulla abbiamo capito su come costruire le generazioni del futuro fin dall’infanzia, cosa che invece in Cina sanno fare benissimo. Le scuole, fin dall’asilo, pensano ad organizzare ogni attività scolastica ed extrascolastica, evitando ai genitori che lavorano di impazzire e allo stesso tempo coinvolgendoli attivamente nei progressi dei figli.

 

Imparare a lasciar andare

Ce lo hanno ripetuto in tutte le salse: vivere all’estero apre la mente, permette di conoscere una nuova cultura, nuove persone, una nuova lingua, ci rende persone migliori: è tutto bellissimo. Si cambia in meglio, ma la cruda verità è che si cambia un po’ anche in peggio. Provateci voi a non perdere la pazienza quando tutti i giorni un tassista indiano vi spara una tariffa di 300 rupie (il triplo di quel che dovreste pagare) per un tragitto di 4 km solo perché siete stranieri. La soluzione è una sola: inspirare, contare fino a 10 e magari prendere l’autobus.

 

Fare i conti con la nostalgia

Come ogni romano, ho un rapporto di amore/odio con la mia città. Ma ci sono parecchie cose di cui sento la mancanza. Mi manca la colazione al bar che non è proprio la stessa che si fa in Cina, dove noodles e carne di maiale spopolano già alle 8 del mattino. E il caffè, che da Starbucks paghi 2.50 e dell’espresso ha giusto il colore. Vogliamo parlare del mare? Che lo sanno tutti che il mare nei dintorni di Roma non sarà la Costa Azzurra, ma tempo un’ora e mezza almeno ci arrivi; qua a Xi’an, nel bel mezzo della Cina continentale, devi farti qualcosa come 9 ore di treno (quello ad alta velocità, eh). Ma soprattutto mi mancano le imprecazioni romane, che se qualcuno ti taglia la strada in Cina (e succede sempre perché nessuno sa guidare) come lo apostrofi? In inglese? In Cinese? Eh no, non è lo stesso. Certe volte mi manca persino il quartiere dove sono cresciuta, che negli anni si è popolato di attività commerciali cinesi: parrucchieri, casalinghi, negozi d’abbigliamento, ecc. C’è addirittura un negozio che serve bubble tea, quella bevanda fighissima e coloratissima che fa subito instagram, inventata a Taiwan e che ai cinesi piace tanto, ma per qualche motivo non riesco ad immaginare entrare nelle grazie degli abitanti di Roma Sud.

Dopotutto, tornassi a casa domani, potrei quasi non accorgermi di aver lasciato la Cina.

Quasi.

 

3 risposte a "Come vivere all’estero ti cambia"

  1. Ci pensavo mentre prendevo l’aereo per tornare ad Hong Kong che, diciamolo, non e’ Cina ma nemmeno Europa!
    Me ne sono andata da Milano, citta’ amatissima prima e ora, per seguire l’amore principalmente ma anche per allontanarmi senza rimpianti da tutta una serie di atteggiamenti, situazioni e chi piu’ ne ha, piu’ ne metta che a casa mi andavano stretti. Per certi versi mi sentivo come quando prendi 10 kg e ti vuoi infilare quell’abito striminzito che indossavi a 16 anni! Avevo bisogno di allontanarmi dall’Italia per sentirmi finalmente libera da tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le seghe mentali con cui dovevo avere a che fare ogni giorno. Per lavoro e nella vita privata.
    Certo, Milano mi manca (non i milanesi) come mi mancano i miei amici. Mi manca scendere al bar sotto casa e cazzeggiare bevendo vino e parlando della gente del quartiere. Mi manca il “venerdi geriatrico”, come lo chiamavo io, in cui andavo a trovare mia nonna ormai quasi 90enne. Mi manca la mia casa che anche Paola Marella mi ha detto essere molto bella e mi manca fottutamente guidare nel traffico milanese mentre ascolto i Baustelle (che erano i miei vicini di casa al quartiere Isola!) e bestemmio perche’ la gente frena col verde o non sa dare le precedenze.
    Insomma, mi manca il romanticismo della mia citta’ dove ogni luogo e’ fonte di ricordo ma ringrazio la vita per avermi dato la possibilita’ di allargare i miei orizzonti, imparare un’altra lingua, conoscere persone che non hanno mai visto l’Europa e, nel contempo, apprezzare di piu’ l’Italia nonostante le sue contraddizioni!

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