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Viaggio nel Guizhou, la provincia più povera della Cina

Il Guizhou è la provincia più povera e una delle meno visitate della Cina, ma anche quella più bella dove sono stata finora (insieme al Gansu). C’è un detto su Guizhou che recita più o meno così: non ci sono tre giorni di fila di sole, non ci sono tre metri di terra pianeggiante e nessuno ha tre monete in tasca. Nonostante il tempo bizzarro, vale la pena vedere il Guizhou per i suoi paesaggi e per conoscere la minoranza Miao che compone più di un terzo della popolazione della provincia. Oltre agli Han, il gruppo etnico maggioritario nel Paese (il 92% della popolazione cinese è Han), il governo riconosce altri 56 minoranze. Il Guizhou è anche la regione dove è stato costruito il più grande radiotelescopio per cercare forme di vita aliene.

La capitale della provincia del Guizhou è Guiyang, che è tutto meno che una bella città. Non che non ci sia niente da vedere, ma certo non è un posto dove poter trascorrere una settimana. Insieme a Kaili, è il punto di partenza per visitare i villaggi Miao. A sud di Guiyang c’è la città vecchia di Qingyan (青岩古), di cui racconterò tra un po’. A Guiyang le principali attrazioni sono il Parco di Qianling (soprattutto il tempio di Hongfu all’interno)  e la torre di Jia Xiu costruita sotto la dinastia Ming.

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Nel Guizhou ci sono moltissimi villaggi immersi in paesaggi idilliaci che si raggiungono da Guiyang o più facilmente da Kaili. Per raggiungere Xijiang 西江镇, il villaggio Miao più grande del Guizhou, ho preso un treno dalla stazione centrale partito talmente in ritardo che non credevo sarei arrivata più, invece dopo appena SEI ore ce l’ho fatta, di cui: 1 ora e mezza ad aspettare il treno, 2 ore circa di viaggio fino a Kaili; taxi fino a Xinjiang perché ero in un ritardo mostruoso e valeva la pena diventare povera; superata la biglietteria ci sono altri due autobus da prendere per arrivare dove si deve arrivare. Un’odissea.

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Xijiang è un villaggio bellissimo immerso tra le montagne e campi di riso. Sicuramente è più turistico di altri, visto che nei negozi di souvenir, insieme ai gioielli d’argento artigianali (i Miao sono famosi per la lavorazione dell’argento) erano in vendita anche meno folcloristici braccialetti di Chanel. Il villaggio conta 5000 abitanti, di cui il 99,5% appartenenti al gruppo etnico Miao. Si gira tutto a piedi in poche ore.

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Nonostante condividano la stessa nazionalità, Miao e cinesi Han hanno culture molto diverse. I Miao vivono in case di legno, hanno i loro abiti tradizionali e credono in una religione animista, coltivano il riso, il mais e le erbe medicinali. Abiti e acconciature sono indice dello status sociale ma anche del ruolo che si ricopre nei vari momenti della vita, cosa che vale soprattutto per le donne.

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Il ritorno non è stato non meno complicato dell’andata. Per tornare a Kaili opto per l’autobus che percorre a velocità folle strade messe così male che mi ricordano i viaggi in India, ma ne vale la pena perché attraversiamo paesini sperduti dove la gente si lava i capelli nel fiume, le donne trasportano enormi ceste di vimini e vestono abiti tradizionali lontano dalla finzione che vuole il turismo. Sembra che il tempo sia fermo da chissà quante decine di anni.

Il giorno successivo prendo l’autobus per la città vecchia di Qingyan che non sarà un viaggio più confortevole dei precedenti, ma quantomeno interessante. A metà strada sale una venditrice col suo cesto di verdure: si contratta, si passano i soldi di mano in mano, c’è chi chiede se questo o quello è fresco o meno, ecc. Scende la signora col suo cesto ormai mezzo vuoto e sale un tizio in giacca e cravatta che munito di microfono si lancia in un lungo monologo. Dopo lunghe chiacchiere, annoiata dal lungo viaggio tendo l’orecchio per cercare di capire qualcosa. Il tizio fa il venditore e per 20 minuti si è prodigato nel pubblicizzare anelli con brillanti in vendita a 10 yuan l’uno (poco più di 1 euro). Ne vende tantissimi, e più ne vende più gliene chiedono. Mi sembra di tornare di colpo indietro nel tempo e di assistere ad una televendita degli anni ’90.

Alla fine arrivo e giro un po’ per Qiangyan. C’era addirittura una Chiesa cattolica, ma era chiusa al pubblico.

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A poca distanza da Qiangyan c’è un posto insolito, denominato Yelang Valley 花溪夜郎谷, un parco con sculture di pietra che non hanno nulla a che vedere con lo stile cinese, realizzato da un ex insegnante. Gli ci sono voluti 20 anni per costruire Yelang Valley, che vuole essere un omaggio alle tribù che abitarono quell’area duemila anni prima. Le figure traggono ispirazione dai manufatti artistici lasciati dai popoli primitivi del Guizhou. Non c’è niente di vagamente simile in tutta la Cina e questo rende Yelang Valley un posto speciale e molto malinconico perché letteralmente circondato dal nulla.

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L’ultimo giorno, andando a visitare il Museo Etnico, mi sono resa conto di quanto Guiyang sia la città più strana che abbia visitato in Cina. Tutto sembra costruito a caso, la stazione dei treni veloci sorge in mezzo al niente e mi sono sentita sollevata di essere arrivata in aereo perché altrimenti sarei sbucata in mezzo alla campagna. E non sarebbe stato un inizio incoraggiante. Anche per arrivare al Museo Provinciale di Guiyang si passa in mezzo a lande desolate e sinceramente mi aspettavo di scendere in mezzo ad un campo di grano, invece sono arrivata nel distretto finanziario con palazzoni dall’architettura comunista e il mio museo. Un museo grandissimo e bellissimo (senza audioguide in inglese, sigh) dedicato alle varie minoranze che abitano la regione. Nel Guizhou, infatti, ci sono molti altri gruppi etnici oltre a quello Miao. In realtà Miao è un termine che racchiude in sé non solo la stessa minoranza omonima, ma anche altre minoranze che il governo cinese ha stabilito appartenere allo stesso gruppo, nonostante alcune di essi non vi si riconoscano per differenze culturali e perché parlano dialetti completamente diversi. Il museo è diviso su tre piani, di cui uno interamente dedicato ad abiti, gioielli e acconciature tradizionali.

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Viaggiare per la prima volta nella Cina rurale è stato strano. Il Guizhou è diverso da tutti i posti che ho visto finora e la gente (di Guiyang) è tendenzialmente meno disponibile e gentile, anche se ovviamente non vale per tutti. Spostarsi è stata una vera sfida. In alcuni posti la modernità non è arrivata per nulla e si vive ancora come cent’anni fa, e vederlo coi propri occhi fa un effetto diverso che leggerlo su qualche blog. Il Guizhou mi ha lasciato un’impressione di bellezza malinconica. Una regione tanto ricca di paesaggi naturali, ma ancora tagliata fuori dalla crescita economica del paese, dove nemmeno i turisti cinesi si avventurano.

3 risposte a "Viaggio nel Guizhou, la provincia più povera della Cina"

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