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Sopravvivere alla scuola cinese

Tra le tante cose “cinesi” che sfuggono alla mia comprensione, tipo mettere la maionese sulla macedonia, rientra sicuramente l’ossessione per lo studio. L’estate è quasi finita e il primo giorno di scuola ho chiesto ad una mia alunna di 8 anni come avesse passato le vacanze: a fare i compiti. E a parte quello? Niente, solo quello; tra inglese, matematica e cinese, che altro resta?

Mi ricordo le mie lunghe estati da bambina passate in casa a guardare serie tv, il libro delle vacanze si faceva nei ritagli di tempo, se andava bene. Sfido chiunque a non simpatizzare coi bambini cinesi. Dalle elementari all’università la vita inizia e finisce con la scuola e i compiti. Che poi, se insegni inglese in Cina ti devono piacere un po’ i bambini, del resto mica sarai uno di quegli esseri senza cuore che non stravedono per i bimbi? Lo sanno tutti che chi non ama i bambini ha più o meno lo stesso posto nella scala sociale del mostro di Dusseldorf.

La verità è che fare gli occhi dolci a qualsiasi neonato incontrato per strada e non voler avere niente a che fare con qualsiasi infante non sono le uniche due opzioni possibili: in mezzo c’è anche il saper stare con i bambini, che non implica necessariamente fare le vocine stupide o le moine da psicopatici. Dopo due anni nel fantastico mondo della scuola cinese ho imparato che mi piace stare con i miei piccoli mostri e fingermi scandalizzata per i loro errori, mi diverte interpretare la maestra cattiva, cantare canzoni imbarazzanti e inventare giochi idioti da fare durante le lezioni, rispondere in inglese alle loro domande (in cinese), confondendoli. Del resto con gli adulti che lavorano nella mia scuola viene molto facile apprezzare i bambini.  Viene ancora più facile una volta compreso come funziona l’educazione in Cina e le aspettative dei genitori.

A tre anni a questi bambini che a malapena si reggono in piedi viene chiesto di recitare fiabe, cantare canzoni in inglese e ricordarsi a memoria vocaboli che nemmeno certi trentenni che conosco sapranno mai, seppur – per quanto assurdo possa sembrare – sopravvivendo lo stesso. Ma questo è quello che si aspettano i genitori paganti ed è dunque quello che la nobile industria dell’educazione privata in Cina si adopera per insegnare.

I ragazzini hanno tutti gli stessi 3-4 nomi inglesi, perché si suppone che i nomi cinesi siano troppo difficili da ricordare per noi foreign teachers. Gli studenti nuovi sprovvisti di nomignolo anglofono vengono ribattezzati dagli insegnanti con scarsa fantasia, e così io mi ritrovo con un numero imprecisato di Amy, George, Bob, Elsa, Lisa. Una volta ho provato a proporre Chester ad un ragazzino, ma l’idea è stata stroncata sul nascere dall’insegnante cinese perché “troppo difficile da pronunciare”. È diventato così il settimo Lucas nella mia scuola. All’obiezione che alcuni nomi non esistano proprio – vedi Tiger, Strong, Sugar, Rain, Eleven (e non per Stranger Things) – lo sguardo che ricevo in risposta dalle mie colleghe è quello proverbiale della mucca che vede passare il treno.

La vita dell’insegnante di inglese in Cina è fatta di poche certezze: una di queste è che per quanto accuratamente tu possa aver preparato la tua lezione, dieci minuti prima verrai avvisato che i tuoi quattro studenti di 12 anni sono diventati dieci e che di anni ne hanno invece 3, e se prima dovevi insegnare i nomi dei colori ora i bambini devono imparare il dizionario Oxford a memoria.

All’inizio tutto ciò può essere disorientante. La verità è, però, che nessuno si aspetta molto dall’insegnante straniero, se non che sappia decentemente l’inglese e abbia una faccia occidentale per vendere più corsi – soprattutto perché la maggior parte viene buttata in una classe senza una preparazione vera e propria e senza sapere a cosa andrà incontro. Una cosa che ancora oggi mi sembra agghiacciante, considerato quanto difficile possa essere fare questo lavoro, certi giorni più di altri. L’importante, alla fine, è che tutto ciò che c’è da memorizzare venga memorizzato e rigurgitato alla perfezione.

La vita dell’insegnante di inglese in Cina è comunque migliore di quella dei suoi alunni. La Cina è famosa per avere l’esame d’ammissione all’università tra i più difficili al mondo: il GaoKao 高考, una sentenza spietata sul futuro degli studenti. La società cinese crede fortemente che l’educazione sia il lasciapassare per l’ascesa sociale, e solo con un punteggio alto nel GaoKao si accede alle università migliori. L’esame è preso così seriamente che la sanzione per chi copia è il carcere. Per dare un’idea, uno dei quesiti usciti negli anni passati era questo:

Data un’ellisse x² / 9 + y² / 5 = 1 i cui vertici sono A e B e il fuoco destro F, supponiamo che la linea TA e la linea TB che passano attraverso T (t, m) intersechino l’ellisse su M (x₁, y₁) e N (x₂, y₂) individualmente. (M> 0, y₁> 0, y₂ <0).

O anche, tra i miei preferiti:

Il latte viene venduto solitamente in contenitori quadrati, l’acqua e vino in bottiglie tonde e il vino posto in contenitori squadrati. Scrivi un saggio sulla filosofia delle forme tonde e quadrate e i suoi significati impliciti.

Come si suol dire, se non fosse un po’ divertente sarebbe solo molto triste, e il Gaokao è tra i motivi per cui la Cina è così ossessionata dall’educazione. La retta di un asilo può arrivare a cifre vertiginose ed esistono scuole primarie ed elementari “d’élite” dove i genitori farebbero carte false per iscrivere i figli (tipo cambiare casa e indebitarsi perché alcune scuole accettano solo residenti nelle vicinanze). La retta annuale degli asili migliori costa più di quella della mia università nei 5 anni che ci ho passato, e i genitori la pagano senza battere ciglio. Per quanto trovi per certi versi commovente quanto tempo e attenzione i genitori e la società investano per le nuove generazioni, inseguire il modello americano dove se sei ricco puoi studiare nei college migliori e diventare ancora più ricco mi sembra un po’ una fregatura in proporzione agli sforzi fatti.

Ultimamente mi sono imbattuta in questo video, dove alcuni studenti ricevono a casa la preziosa lettera di ammissione alla Peking University, la migliore università in cui uno studente cinese possa sperare di entrare, la “Harvard” cinese. Nel mucchio c’è anche il ragazzo del villaggio povero, il primo del suo paese ad andare in un college tanto prestigioso. Certo è una bellissima eccezione, ma in un posto iper-popolato come la Cina, quanti studenti possono accedere agli istituti migliori, mentre per tutti gli altri l’unica possibilità è finire a lavorare 9 e più ore al giorno per il salario minimo – 500 euro al mese?

E se doveste passare tutti gli anni dalle scuole elementari al liceo a vivere in funzione di un test che deciderà il vostro destino, quante possibilità avreste di godervi l’adolescenza in modo spensierato, prima che inizi la routine irreversibile della vita “da grandi”?

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